AppTiAmo

E’ stato durante una passeggiata nelle zone paludose della Toscana quando ho notato per la prima volta una dichiarazione d’amore  su un muro, sotto un ponte. Un cuore in pena aveva condiviso il suo dolce dolore con l’universo scrivendo in grandi lettere nere: “Ogni tua parola è una goccia d’amore che voglio bere”.

Da quel giorno cominciai a guardare meglio i messaggi sinceri e sentiti lasciati su strade, muri, ringhiere e nei luoghi dove i giovani di solito si incontrano, o dove lo scrittore suppone che le sue parole urgenti siano viste dal soggetto della sua segreta ammirazione. Mi ha aperto un mondo completamente nuovo e mi sono ritrovata in mezzo a frasi come “Ti amo”, “Sei mia”, “Voglio baciarti”, “Sei il mio angelo”. Quando eravamo giovani usava anche da noi scambiarsi parole dolci, ma scritte su carta e consegnate in modo confidenziale e privato. Devo dire che l’ho trovato  piuttosto pratico, perché le lettere d’amore potevano essere nascoste in un libro o in un diario,  pronte per essere lette e rilette tutte le volte che volevamo. Naturalmente, però, non era altrettanto spettacolare!

Gli innamorati hanno sempre trovato un modo per dichiararsi e sappiamo che gli antichi Egizi, Greci e Romani, con l’aiuto di un chiodo, uno scalpello o un pezzo di carbone, erano alquanto bravi nel “graffiare” (ecco l’origine della parola graffiti) parole dolci su muri e strade. Qualche gentiluomo romano usava perfino contare le sue conquiste scrivendo il loro nome direttamente sopra il letto.

Le cose sono cambiate, siamo abitanti di un mondo globale del ventunesimo secolo e abbiamo altri mezzi, come per esempio la fotografia,  per esprimere quello che ci  sta a cuore. Tuttavia, l’amore è sempre l’amore e sentimenti teneri sono ancora sentimenti teneri che aspettano, almeno in Italia, di essere messi in parole affinché possano trovare un luogo pubblico dove il mondo intero le può leggere. Per coloro che desiderano dividere con altri quello che si trova nascosto nel profondo del cuore e non hanno né una fotocamera né uno scalpellino a portata di mano, AppTiAmo è assolutamente perfetta. E’ in parte la rivisitazione di una tradizione vecchia di secoli e in parte un modo contemporaneo per dividere amore, passione, nostalgia e desiderio …forse ogni tanto anche un po’ di odio. Siete pronti a lasciarvi portare via da questo coinvolgente e potente vortice di emozioni?

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Anneliese Rabl

Anneliese Rabl …. finding a life in Tuscany

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Stagione delle castagne

Per le sue imponenti dimensioni, nell’antichità il castagno era considerato sacro a Giove, re e padre degli dei e protettore degli uomini, tanto che i suoi frutti portarono il nome di lovis glandes, ghiande di Giove. Le castagne, infatti, hanno rappresentato per secoli un alimento fra i più importanti per gli abitanti delle campagne e delle montagne della Toscana. Si mangiavano arrostite, bollite, come ripieno e negli stufati; gran parte veniva trasformata in

farina, ingrediente base per dolci, pane e pasta. Ancora alla fine degli anni quaranta, sulle colline toscane e sui monti dell’Appennino, almeno due pasti al giorno erano a base di castagne. Per variare questo menu piuttosto monotono, gli addetti alla cucina dovettero impiegare tutta la loro fantasia. Il risultato fu stupefacente e la  lista delle ricette a base di

castagne è tuttora notevole. Non c’è ristorante che, durante la stagione delle castagne, non proponga almeno un paio di pietanze a base di esse. Una, consueta per i Toscani ma decisamente interessante per i turisti da tutto il mondo è la preparazione dei “necci” all’antica maniera. In un apposito attrezzo di legno si dispone a strati un sasso arrotondato ad arte, caldissimo, due, tre foglie secche di castagno ben unte d’olio, un mestolo di un

impasto piuttosto, ma non troppo liquido, fatto di farina di castagne, di acqua, di un goccio d’olio d’oliva e di un pizzico di sale. Questa specie di crema deve essere ancora coperta con foglie di castagno sopra le quali si sistema un altro sasso caldo che schiaccia l’impasto trasformandolo in un disco sottile. In base al fumo e al profumo, l’occhio e il naso esperti sanno esattamente quando è ora di togliere un pacchetto o l’altro dalla pila. Adesso basta tirar via le foglie e voilà un delizioso “neccio” buono così com’è o anche servito con della ricotta fresca, preferibilmente di pecora. Buonissimo!

Anneliese Rabl …. finding a life in Tuscany

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Il dono di Atena


In fondo, l’umanità non è partita male. Secondo la mitologia greca, vi furono, infatti, tre divinità benevole a farle doni di grande valore: Demetra il grano, Dioniso o Bacco, la vite e Atena, le olive. Nell’arco dei millenni, i popoli mediterranei, conosciuti per essere ingegnosi, astuti e con un grande amore per la vita, oltre che per il buon cibo, non hanno perso tempo, trasformando le olive in olio, l’uva in vino e il grano prima in pane e poi, nel diciannovesimo secolo, in pasta. Con uno spicchio di aglio ed un peperoncino hanno creato un lauto pranzo che, accompagnato da un buon bicchiere di vino, ha fatto il giro del mondo. Pian pianino, anche i più convinti estimatori di strutto, burro, insaccati e carne stanno cambiando le loro abitudini verso un’alimentazione più sana, includendo l’olio di oliva nella loro dieta giornaliera.

Conosciamolo dunque meglio, questo dono all’umanità. L’olivo, tanto per cominciare, non ha fatto il suo ingresso nella storia come regalo, bensì come oggetto di vittoria e di sconfitta. La mitologia antica, infatti, racconta la disputa fra Poseidone ed Atena per il possesso della regione dell’Attica. Ovviamente, non stiamo parlando degli ultimi arrivati: Atena, prediletta del padre, Zeus, era la dea delle arti e dei mestieri, nonché protettrice dell’ordine, della legge e della giustizia, mentre Poseidone regnava sulle acque dolci e salate e poteva scatenare i terremoti. Entrambi decisero di affidare la scelta del patrono ai cittadini del territorio, che chiesero a ciascuno dei due di compiere per loro un miracolo. Immediatamente, per volere di Atena, dall’arida roccia dell’acropoli di Atene, spuntò un olivo carico di frutti; quanto a Poseidone, spaccò la rupe con un colpo di tridente, facendone scaturire una fonte, che però era salmastra. I cittadini apprezzarono entrambi i miracoli e la discussione su chi dei due doveva essere considerato il più meritevole si trascinò per svariati giorni; ma alla fine diedero la vittoria ad Atena. La fonte di Poseidone, benché straordinaria, era salmastra e quindi inutile, mentre l’olivo significava cibo, medicina, valido aiuto per la bellezza, offerta degli dèi, combustibile, illuminazione e mezzo di pagamento; in altre parole, un bene prezioso in ogni suo aspetto. Poseidone non volle accettare il verdetto e, in un ultimo tentativo di battere la vincitrice, fece balzare su dalla terra un magnifico cavallo, fremente e schiumante; un’apparizione spettacolare, mai vista prima, che non fece, tuttavia, modificare il giudizio degli Ateniesi. La brillante dea dalla mente acuta e creativa aveva davvero regalato all’umanità un dono unico e prezioso!

Anneliese Rabl …. finding a life in Tuscany

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degustazione dell’olio d’oliva

Siamo fortunati: piove e quando piove non si possono raccogliere le olive. Ma non sono stata chiara: non  siamo fortunati perché non dobbiamo andare a raccogliere le olive ma perché, quella domenica, un comune  vicino ha organizzato una degustazione di olio di oliva in un frantoio e, visto che piove, possiamo partecipare. Fantastico!

Quando arriviamo c’è già un bel po’ di gente e sui tavoli disposti a ferro di cavallo vedo, fra varie cose, bicchierini di plastica, mele tagliate a fette (a cosa servono, ci chiediamo), bottiglie di olio di oliva. Siamo davvero favoriti dalla sorte:  è presente un vero assaggiatore che terrà un breve corso. La tecnica dell’assaggio può variare da esperto ad esperto ma è ufficialmente regolata da una normativa in vigore e a noi, che siamo alle prime armi, darà un’infarinatura generale. Non partiamo troppo bene: non avremmo dovuto fumare per almeno trenta minuti prima di procedere alla degustazione; non usare profumo, sapone o cosmetici, il cui odore avrebbe perdurato all’inizio dell’assaggio. Non avremmo dovuto ingerire nessun cibo da almeno un’ora e le nostre condizioni fisiologiche e psicologiche sarebbero dovute essere buone, in modo da non compromettere il giudizio e l’analisi approfondita  degli oli.

Pregi e difetti degli oli sono determinati da differenti fattori, ci spiega l’uomo davanti a noi; ed elenca:

– Area geografica di coltivazione

– Condizioni climatiche

– Grado di maturazione delle olive

– Trattamenti alla pianta ed al terreno

– Tecnologia di raccolta

– Tempi e luoghi di conservazione delle olive

– Tempo e temperatura di gramolazione

– Tecnologie di estrazione

– Conservazione dell’olio

– Igiene e pulizia generali

Il vero esperto guarda l’olio contro luce, agitandolo all’interno della bottiglia per valutarne la fluidità. Il nostro, che ha di fronte una platea di persone di buona volontà ma nient’altro,  si limita a versarne una piccola quantità – circa un cucchiaio – in bicchierini che quelli vicini a lui distribuiscono agli altri fino a raggiungere anche l’ultima fila. Un bicchierino da assaggio vero, ovviamente, non è di plastica ma di vetro blu scuro o marrone così che l’assaggiatore non possa vedere il colore dell’olio per evitare valutazioni errate.  Ci invita ad osservare la fluidità dell’olio, ad annusarlo e a esprimere le nostre sensazioni. Noi seguiamo il suo suggerimento, poi ci guardiamo, un po’ perché non abbiamo chiare le sensazioni; alcuni non le hanno affatto, altri sono troppo timidi per esprimerle, altri ancora continuano ad annusare ed annusare ancora, per nascondere l’imbarazzo, nella speranza che qualcuno cominci a parlare prima di loro. C’è chi  si fa coraggio, ma non trova le parole giuste.

Già, perché esiste un vero e proprio piccolo dizionario di espressioni che non conosciamo.  L’assaggiatore parla di  “fruttato”, “mandorlato”, “vivo” e “piccante”, addirittura “d’erba”. Ci guardiamo… però! Apprendiamo  che “d’erba” è un odore caratteristico di alcuni oli, che ricorda l’erba verde appena tagliata. “Fruttato” rievoca  l’odore e il sapore del frutto sano, fresco e colto quando ha la giusta maturazione. Noi, che non sappiamo quando è raggiunta questa condizione, ci tranquillizziamo: non potevamo saperlo. “Mandorlato” fa riferimento all’odore della mandorla fresca; ma attenzione, a volte può riferirsi a quella secca, facilmente confondibile con un rancido incipiente. Di “vivo” sa un olio fresco quando, annusandolo, sprigiona buone note aromatiche stabili nel tempo. L’espressione “piccante”, infine, è l’odore che normalmente accompagna qualità fruttate ed erbacee.  Ci sentiamo un po’ meglio: se non eravamo in grado di descrivere l’odore, non era perché siamo ignoranti, ma nuovi e ancora inesperti. D’altronde, siamo qui per imparare. Adesso l’assaggiatore ci

invita a riscaldare il bicchierino nel palmo della mano per liberare maggiormente le componenti volatili aromatiche. Poi ci fa vedere come  assumere l’olio aspirando con una suzione prima lenta e delicata, poi più vigorosa, in modo da vaporizzarlo nel cavo orale, portandolo a diretto contatto con le papille gustative; ci consiglia di fare riposare un attimo la bocca, muovendo lentamente la lingua contro il palato; poi dobbiamo aspirare di nuovo  con la lingua contro il palato e le labbra semi chiuse; dovremo ripetere gli ultimi movimenti per più volte, tenere l’olio in bocca per almeno venti secondi, espellerlo, continuare a muovere la lingua contro il palato e valutare attentamente le sensazioni retro-olfattive. Il nostro esperto ci invita a non espellere l’olio troppo velocemente, ma a  memorizzare il maggior numero di sapori e profumi. Ci esorta ancora ad esprimere le nostre sensazioni e fra la piccola folla davanti a lui, si sentono alcuni, i più coraggiosi, dire: “fresco”, “sa di buon olio”, “è gradevole” – parole che non fanno  parte del gergo con il quale si intendono gli esperti. Il  nostro, logicamente, non ci può capire, perché non parliamo la stessa lingua, ma ci insegna altre  parole corrette da usare per poter comunicare.

E’ controproducente voler imparare troppe cose insieme, inoltre non c’è molto tempo e non possiamo approfondire più di tanto, altrimenti il nostro insegnante ci avrebbe anche spiegato che gli oli vanno distinti fra “ fruttato dolce” e  “fruttato verde” e che queste categorie sono principalmente determinate dal tipo di varietà chiamate cultivar, dal grado di maturazione delle olive e dall’area geografica di coltivazione. Approfondiremo l’anno prossimo. Intanto ci insegna che “amaro” esprime un sapore caratteristico di olio ottenuto da olive verdi o invaiate  che – secondo l’intensità –  viene percepito come più o meno gradevole. “Aspro” viene chiamato un olio che all’assaggio produce una reazione spesso percepita come astringente. “Dolce” è un olio che, senza essere esattamente zuccherino,

non rivela sapori amari, astringenti o piccanti.  “Carciofo” è il vocabolo con il quale viene indicato un sapore molto piacevole, di solito riscontrabile in oli appena franti. L’aggettivo “gelato” viene attribuito ad un olio ottenuto da olive gelate che sarà molto “languente”, poco viscoso, tendente ad un sapore secco o di legno; “secco” si riferisce ad un olio ottenuto da olive che hanno patito la siccità; questo tipo di olio non ha alcun aroma di freschezza o di frutto.  “Astringente” è un olio prodotto da olive non ancora invaiate, quindi particolarmente ricco di polifenoli, responsabili di questa sensazione, simile alla morsicatura di un frutto acerbo.   Un olio che sa di “rete” ha un gusto particolare di gomma tendente al secco, avvertibile negli oli ottenuti da olive lasciate a lungo sulle reti di raccolta.

Poi l’esperto ci parla di sapore “avvinato-inacetito”, “muffa-umidità”, “riscaldo”, “acqua di vegetazione”, “fiscolo”, “metallico”, “morchia” e “rancido”.   A noi gira la testa; abbiamo preso nota di quello che ha detto, ma non riusciamo a ricordarci tutto.

Ricchi di quello che abbiamo imparato, proseguiamo con gli assaggi di diversi oli che ci vengono proposti – fra un assaggio e l’altro mangiamo una fettina di mela: questo frutto  ristabilisce una bocca neutra che ci permette di proseguire con la degustazione (ecco a che cosa servivano!).  Il maestro ci chiede ogni volta la nostra valutazione, ma è gentile con noi perché quasi sempre  ci aiuta, mettendoci le parole giuste in bocca. Quando invece fa una verifica stando in imparziale silenzio, mostriamo purtroppo di essere alle primissime armi. D’altronde, per  familiarizzare con gli oli e  la terminologia degli assaggiatori bisogna fare molta pratica e  ripetere più volte la degustazione per memorizzare attentamente il gusto e il sapore dell’olio sotto esame.  Alla fine della manifestazione siamo soddisfatti e contenti. Sappiamo più di prima e ci sentiamo – un poco – come veri intenditori.

Anneliese Rabl …. finding a life in Tuscany

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Olio d’oliva… dono prezioso?

L’incontro fra l’olio di oliva e me non ha fatto certo scoccare un colpo di fulmine: sentii, infatti, il suo aroma penetrante per la prima volta in Tunisia, moltissimi anni fa; veniva adoperato per le fritture di pesce, di verdure e di chissà quant’altro, in occasione dei barbecue a pranzo e a cena organizzati dal nostro villaggio turistico. Forse era l’ambiente allegro e rilassato, la gente che proveniva da ogni parte del mondo, il caldo, l’atmosfera serena; ci sembrava di poter soddisfare anche il nostro bisogno di avventura, di trasgressione e il desiderio di uscire, almeno per un po’ di tempo, dalla nostra pelle per sentirci veramente liberi. Ripensandoci, è solo in questo modo che riesco a spiegarmi perché fossimo così felici e contenti e perché non avessimo fatto alcuna obiezione riguardo alla qualità dell’olio di oliva usato per friggere.  Quando dico “sentire”, in effetti, non intendo “degustare” ma “percepire con l’olfatto”; un’esperienza devastante a tal punto, da non volerne più sapere di olive e di olio nella maniera più assoluta.

Quando, dieci anni più tardi, mi trasferii in Toscana, continuai a rifiutare l’olio di oliva nella maniera più assoluta. Fui della ferrea convinzione che niente, assolutamente niente, potesse sostituire il burro, fantastico condimento dal colore candido e dal profumo delicato, un’istituzione e una delle più viscerali sicurezze della mia vita –  gastronomicamente parlando. L’ho assaggiato in tutte le forme possibili: al latte fresco, alla panna, con uno spiccato colore giallo, bianco come la neve, salato,  riccamente decorato, mescolato con ricotta e aromatizzato con erbe e spezie. Per condire a crudo, usavo olio di semi di girasole, neutro nel gusto, così che non distruggesse il profumo di insalate e di verdure.

Il tacito accordo di reciproca distanza fra l’olivo e me è stato interrotto successivamente, quando ho smesso di fumare. Non so perché, ma da quel momento ho cominciato a mangiare le olive, preferibilmente in salamoia,  ma anche sott’olio, sotto aceto o profumate con erbe aromatiche. Per il resto, rimasi fedele all’olio di semi di girasole. Per decine di anni ho visto almeno una dozzina di olivi tutti i giorni, senza che la loro presenza mi trasmettesse alcun messaggio. Poi, i genitori di una ragazza che frequentava la stessa classe di mia figlia, mi regalarono, fierissimi, una bottiglia di olio extravergine di oliva, appena franto, fatto con le olive del loro oliveto e raccolte da loro. Ricordo che la regalai, non per svalutare il dono,

ma perché ero certa che non avrei saputo apprezzarlo. Un paio d’anni dopo, un’altra amica di mia figlia mi portò, orgogliosissima pure lei, lo stesso regalo: una bottiglia “del loro olio”, freschissimo, rigorosamente extravergine, prima spremitura a freddo, ottenuto da olive raccolte da loro nell’oliveto di loro proprietà. Rimase per pranzo e,  per non offenderla, decisi di condire l’insalata con il suo olio.  Mia figlia lo ama da sempre e, per far prima e per non dover condire in due modi diversi, mi adeguai. Così, pian piano, iniziai ad apprezzare il sapore dell’olio di oliva e quando ricomprai, per caso, l’olio di girasole, non mi piacque più. La mia decisione di partecipare ad una raccolta di olive di otto domeniche, perché durante la settimana tutti lavoravamo, ha senza dubbio reso la mia vita più ricca, non perché mi regalarono l’olio per consumo personale per tutto l’anno, ma  perché ho imparato a conoscere e ad apprezzare il mondo  dei produttori e dei consumatori di olio d’oliva, che amano le loro olive quasi come i propri figli e che difendono e proteggono il loro olio con lo stesso entusiasmo passionale,  agguerrito, fiero, testardo e campanilista con cui difenderebbero la loro squadra del cuore.

Anneliese Rabl …. finding a life in Tuscany

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Antonio Gatto, poeta dei cappelli

Che avesse una marcia in più si era capito subito. Fin da piccolo, infatti, Antonio Gatto era solito passare ore ed ore a ricamare. Paramenti sacri, per essere precisi. In Calabria, la sua regione d’origine dove ha passato la sua infanzia, si trattava di un’occupazione consueta per un uomo e non era insolito vedere mani grosse e forti svolgere un lavoro così delicato e fine. Gli arredi religiosi rimasero nel cuore del ragazzo e quando, alcuni anni più tardi, si presentò l’occasione di prendere parte ad un concorso per costumisti tecnici del tessuto, la colse al volo e vinse il primo premio.

Questi avvenimenti segnarono il suo destino per sempre, tanto che lasciò il suo paese natale per trasferirsi a Firenze. Trovò una minuscola stanza in via dell’Albero, vicino a via della Scala, e cominciò a guadagnarsi il pane quotidiano con riparazioni d’abbigliamento, ma bazzicava per la maggiore negli ambienti del teatro. Un bel giorno, la fortuna bussò alla sua porta: per uno spettacolo teatrale mancavano cappelli e fu proprio Antonio Gatto a crearli per l’occasione. Ormai il palcoscenico l’aveva rapito e acceso in lui una travolgente passione per il mondo del teatro, con la sua atmosfera misteriosa, la gioia dei trionfi e le lacrime delle sconfitte. Ma furono le stoffe cangianti, capaci di dare corpo agli attori e ai costumi ad accendere la sua creatività.

Da lì, il passo verso collaborazioni importanti con varie case di moda ed il grande salto oltreoceano furono brevi. Necessitava di più spazio e pochi anni fa, lo stilista si è trasferito in Piazza Pitti 5, sempre nella sua amata Firenze. Oggi, Antonio Gatto propone il suo personalissimo stile d’abbigliamento e soprattutto di cappelli ad una clientela sceltissima fra New York e Tokyo.

Chi ha l’opportunità di visitare Antonio Gatto nel suo atelier rimarrà sorpreso dalla sua semplicità, dall’accoglienza calorosa e dal sorriso sempre pronto. I suoi inconfondibili capi di gran classe, invece, incantano per la cura unica che solo un vero artigiano sa dare alle proprie creazioni.

Una carriera decisamente in ascesa…

Anneliese Rabl …. finding a life in Tuscany

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Un vestito di Max&Co.

La circostanza era delle più classiche: la necessità di acquistare un vestito, o un tailleur, per un’occasione importante, una di quelle dove non si può e non si vuole fare “brutta figura”.  Fino a qualche anno fa, la soluzione era facile. Chi aveva per le mani una buona sarta e abbastanza denaro da spendere, se lo faceva fare su misura, anche se questo implicava decidere personalmente un abito e la stoffa. Altrimenti si andava in uno dei tanti negozi di un certo livello dove era pronta una generosa scelta di abbigliamento piacevole, cucito con cura; di solito anche portabile.

Oggi non è più cosi. Le tendenze cambiano velocemente e quello che stamattina era super chic, stasera potrebbe essere già totalmente fuori moda. Chi ha il coraggio di prendersi la responsabilità per la scelta di un vestito dentro il quale apparire al meglio? La soluzione sembra affidarsi ad uno dei negozi del settore.

Poiché non c’è via d’uscita (il vestito serve!) si parte. Siamo in Toscana, perciò Firenze, Pistoia, Montecatini, Pescia, Lucca, Pisa sono i luoghi ideali per tentare di riuscire nell’impresa. Le boutiques sono tante, anzi tantissime, le vetrine con l’abbigliamento esposto pure. Non serve fare un giro di ricognizione, ci vuole il coraggio di entrare nel primo, poi è come con le ciliegie: uno tira l’altro.

Salta subito agli occhi che le cose sono cambiate: non è più il cliente che ha il diritto di comprarsi l’abbigliamento che desidera indossare; è costretto a scegliere fra vestiti proposti dal negozio, o meglio dalla catena di negozi. Poco importa se il compratore è più alto della “norma”, se ha un peso “normale” e un gusto “classico”. Le commesse, spesso giovanissime, che sicuramente avrebbero gusto e buon senso, occhi nella testa pure, devono vendere; a tutti i costi. Il risultato sono ore e ore e ore di prova vestito/tailleur. O sono oggettivamente troppo corti, o sono  davvero troppo stretti, o le stoffe impiegate sono povere, o il colore non è adatto alla circostanza. La differenza fra un vestito a buon prezzo e uno costoso non esiste più, perché sembrano cuciti nello stesso paese di produzione, con gli stessi criteri.

Dopo giornate impegnative e piedi dolenti, nel varcare la soglia del negozio Max e Co. a Lucca sembrava di entrare in paradiso. Atmosfera sobria e elegante, piacevole musica di sottofondo, commesse gentili e preparate (!) si sono prese cura “della bella figura” che stavamo cercando. Abbiamo ritrovato gusto, buon senso e vestiti portabili, tanto è vero che siamo uscite con un abito, una giacca e le scarpe abbinate al completino scelto per l’occorrenza, che si è svolta nel migliore dei modi. Un successo su tutti i fronti e tanti apprezzamenti per l’eleganza, la classe e lo stile della signora in questione. Un complimento che divido volentieri con tutto lo staff di Max e Co.!

Anneliese Rabl …. finding a life in Tuscany

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Bacio meglio di come cucino!!

Non ho avuto l’opportunità di verificare l’affermazione… D’altronde, Franco Mazzei, cuoco appassionato e ben preparato, è giovane, di bel aspetto e scapolo; chiedersi se il successo di cui gode dipenda dalla sua fama di tombeur de femmes o dalla sua bravura in cucina è più che giustificato.

Decisi di intervistarlo e di scattare qualche foto mentre lavora. Vederlo dietro ai fornelli non spazza via ogni dubbio, ma fra pentole, casseruole e padelle si destrezza assai bene. Il menu esposto davanti al ristorante che attualmente gestisce mostra che dispone di una notevole scelta di piatti toscani. Toscani, sì, ma ricette scoperte in appunti custoditi in qualche baule riposto nel soffitto polveroso di una casa della più profonda campagna. E’ così che ha sentito parlare per la prima volta della carne di “muco pisano”, della “bigoncia” e di altri prodotti di antiche tradizioni con le quali ha deciso di lavorare.

Non mi rimane che mettermi a tavola. I piatti sono tutti molto curati e Franco mi confida che prima di cucinare fa sempre una breve passeggiata nei campi dietro al ristorante. Cerca piantine, fiorellini o qualche erba selvatica che servono come decorazione delle portate, ma presumo che sia anche un modo per entrare in contatto con la sua creatività. Il susseguirsi delle pietanze che lo chef consiglia e spiega, è interrotto da invitanti assaggini e Franco non si dimentica mai di apparire ogni tanto per assicurarsi che i suoi ospiti siano a proprio agio.

Il cibo è delizioso, l’ambiente molto accogliente e si sente che lo chef ha veramente a cuore il benessere dei suoi clienti. Non è possibile scegliere la portata migliore: tutte hanno carattere e gusto e lasciano un buon sapore in bocca. Il dolce, l’amaro e il caffè coronano la cena piacevolissima e la serata ben riuscita. Certo, se bacia come cucina è da non lasciarselo scappare!

Per prenotazioni: Tel. 329 8884848 / 0572 490158

Anneliese Rabl …. finding a life in Tuscany

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Foto in vendita dal 4 al 11 di Settembre 2011

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